Chi ha necessità di accedere a delle liquidità per finanziare un progetto improvviso, una ristrutturazione o l'acquisto di un bene fondamentale, è abituato a pensare che sarà necessario scegliere tra i prestiti più vantaggiosi stando bene attenti ai tassi e alle offerte disponibili in quel momento.

Si tratta però di una necessità che non coinvolge solo privati, ma sempre più spesso anche aziende che sono costrette ad affidarsi alle banche per trovare finanziamenti convenienti necessari a mandare avanti l'attività: si tratta sicuramente di una decisione importante, ma di forte responsabilità per tutti quei dipendenti che sono legati all'impresa in difficoltà.

Tuttavia i dati di Adnkronos non ci rincuorano: secondo l'agenzia di stampa infatti sono sempre meno le banche che concedono prestiti alle imprese, a causa dell'elevato rischio che tale concessione porta con sé. Se infatti da un lato sono state il 40% delle finanziarie a dire no nel 2013, dall'altro lato le imprese hanno problemi a restituire le rate per saldare la concessione di liquidità.

Il 47% delle piccole e medie imprese presenti nel tessuto aziendale italiano infatti ha dichiarato di aver avuto difficoltà nel pagamento di più di tre rate nel corso del 2013 e di questa fetta di aziende il 33% non trova altre alternative all'insolvenza: la regolarità nel pagamento non verrà garantita nemmeno per il prossimo anno.

Se il 30% delle aziende alimenta le sofferenze bancarie, agli istituti di credito non resta che dire di no: le sofferenze bancarie sono sempre più alte e, come rivela l'Associazione bancaria italiana, si parla di ben 160,42 miliardi di sofferenze lorde.

Per quanto riguarda infatti le sofferenze causate dal denaro investito dalle finanziarie per supportare con liquidità extra le piccole e medie imprese d'Italia, si parla di percentuali che toccano l'8,4%.

Naturale allora il crollo dei prestiti alle imprese: si sfiora il 5% di calo delle concessioni nella rilevazione dell'Abi del gennaio di quest'anno. Un valore che si allinea con quello relativo alla fine dell'anno 2013, quando il valore stazionava su un calo pari al 5,2%. Cifre spaventose, se pensiamo che tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013 si parlava di un calo del 2,6%.