Nei giorni scorsi abbiamo riportato spesso di dati catastrofici per quanto riguarda il credito. I prestiti personali, quelli finalizzati, per non parlare dei mutui, sono in crollo vertiginoso perché gli istituti ormai non fanno credito a nessuno. C'è però una categoria in Italia che resiste: quella degli studenti. I cosiddetti prestiti d'onore infatti sono gli unici che, passano i mesi, ma restano sempre più o meno costanti.

Crediamo difficile che ciò sia dovuto alla benevolenza delle banche. La realtà è che tra le varie iniziative volute dalla politica per combattere l'abbandono scolastico ed aumentare il numero dei laureati, rientra anche l'aumento dei prestiti d'onore, una scelta volta a finanziare gli studi di chi non ha un reddito sufficiente per permetterselo. Il ruolo fondamentale in questo scenario infatti ce l'ha l'università.

I prestiti per studenti in Italia non funzionano come negli Stati Uniti in cui un candidato va in banca ed apre un conto per finanziarsi gli studi. Sempre più spesso c'è l'intermediazione dell'ateneo stesso. Ad esempio, come riporta oggi il Sole 24 Ore, la Banca Popolare di Vicenza ha appena avviato una collaborazione con Link Campus per concedere un finanziamento di 2.000 euro a tasso zero agli studenti. Inoltre concede la possibilità di aprire un conto a zero spese e di richiedere un ulteriore prestito fino a 16 mila euro che verrà rimborsato a tassi del 30% inferiori a quelli di mercato.

Oppure c'è l'accordo tra l'Università Ca' Foscari di Venezia e la Bnl grazie al quale lo studente può chiedere che sia la banca a pagargli le tasse d'iscrizione (si dev'essere diplomato almeno con 90/100 o laureato alla triennale con almeno 95/110). Il rimborso avverrà 6 anni dopo, cioè dandogli il tempo di finire gli studi e trovare un lavoro. Persino il tasso d'interesse cambia a seconda della votazione finale della laurea.

Ma questi sono solo alcuni degli esempi dei tanti accordi tra università e banche per aiutare gli studenti. Si spiega in questo modo il solo 2% di calo dei prestiti del 2013, a fronte di crollo che va dal 10 al 50% dei finanziamenti negli altri settori. Viene da chiedersi se ci sarebbero questi numeri se di mezzo non ci fosse la "mano" dell'ateneo.