La scuola è già cominciata da oltre un mese, ma chi invece sta per tornare sui banchi, se non è già tornato, ed è pronto a districarsi tra piani di studio, quarti d'ora accademici, giornate passate in biblioteca o in laboratorio, sono gli studenti universitari. Il periodo universitario è infatti quello della conquistata autonomia, in cui il tempo è tutto nelle mani dello studente, ma è anche il momento in cui la famiglia deve farsi qualche conto in tasca (specie se il figlio è fuori sede) per sostenere le spese di tasse universitarie, libri, mezzi di trasporto, affitti, extra.

Ma come ci si può sobbarcare questi costi senza far soccombere il bilancio familiare? Una soluzione potrebbe essere quella del prestito d'onore, una pratica molto diffusa nei Paesi anglosassoni che da noi è ancora poco presa in considerazione. In realtà qualcosa di simile è contemplato in uno dei punti della riforma universitaria Gelmini, in questi giorni all'esame della Camera, e riguarda il cosiddetto Fondo per il merito, che consiste nella possibilità che studenti meritevoli ma poco abbienti si vedano offrire dall'università "buoni studio", una sorta di prestiti personali per gli studi da restituire dopo il conseguimento del titolo.

Il sistema in realtà nasconde qualche inghippo perché presuppone la restituzione del debito già all'indomani del conseguimento del titolo anche se «secondo tempi parametrati al reddito percepito». È ovvio che pagare un debito da neolaureati non è la stessa cosa che farlo da professionisti avviati, specie in un Paese come l'Italia in cui il precariato degli ultratrentenni è una piaga sociale tuttora difficile da estirpare. La riforma potrebbe apportare qualche cambiamento, ma non modifica la situazione. Per cambiare davvero le cose sarebbe opportuno un confronto sul tema dei prestiti tra studenti, università e istituti di credito, altro soggetto interessato alla questione.

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